Monologo interiore

L’ultima volta che ho scritto è stato tempo fa: provavo tanta rabbia, delusione, forti emozioni negative che mi trascinavano dove volevano, percuotendo senza pietà la mia anima, ricordandomi ancora una volta che ero sola, che non potevo combattere contro le mie emozioni, che loro erano ciò che dominava la mia vita, potevo soffocarle ma sarebbero riemerse tutte all’improvviso e senza preavviso, lasciandomi lì in bilico, in cerca di qualcosa o qualcuno che potesse salvarmi.

A distanza di anni tornano come una tempesta, un incubo ricorrente che non ti lascia tregua. Vorrei trovare un equilibrio tra me e loro, tra me e il mondo, tra me e la vita, tra me e tutto ciò che la ragione non riesce a spiegare. Mi sento annegare, problemi di comunicazione mi paralizzano, respiro profondamente cercando la pace, non la trovo, non so se mai la troverò. L’Inadeguatezza mi attanaglia, sono troppo debole per respingerla, troppo debole per dirle di no, troppo debole per dirle che valgo, troppo insicura per agire, per fare, dare, amare…

Una canzone sembra placare la mia sofferenza, respiro, cinque minuti e avrò lezione… chissà se riuscirò a trattenermi.

 

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Mikra Anglia

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Ho passato le mie “vacanze” natalizie in un piccolo paesino della Brianza. Conta poco più di 6.900 abitanti ed è una città viva tanto quanto posso esserlo io il giorno dopo una serata all’insegna dell’alcool e di danze proibite. Ho avuto modo di riflettere sul silenzio, caratteristico di questo paese, e sulle sensazioni che ho percepito: era una forma di silenzio tipica di quei piccoli centri che non hanno più niente da dire; di chi si è arreso al proprio destino… quello di essere abbandonato.

A me il silenzio in genere piace, soprattutto quella pace che si crea dopo il pianto isterico di un bambino capriccioso. Ma il silenzio può avere mille sfumature: il silenzio dopo un appuntamento con la persona che ti piace; il silenzio al termine di una lite; il silenzio creato da un visualizzato senza risposta; il silenzio dopo un bombardamento; il silenzio assordante di chi ha dei segreti che gravano sul suo cuore.

«Se avessimo parlato», dice Orsa alla sorella. Se aveste parlato, penso io, sicuramente Ioanna Karistiani non avrebbe avuto modo di partorire una storia come quella de “L’Isola dei Gelsomini”, successivamente portata sul grande schermo in collaborazione con il regista e marito, Pantelis Voulgaris. Mikra Anglia – piccola Inghilterra – oltre che a un grande spunto per nuovi outfit, è un connubio di emozioni e sentimenti contrastanti.

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Outfit “gente che aspetta”

Nell’articolo precedente ho accennato al mettersi nei panni degli altri: essere empatici. Ne so qualcosa, io che riesco ad entrare in empatia con personaggi inverosimili e assurdi come i protagonisti di The Vampire Diaries: quante volte ho pianto, percependo la sofferenza di esseri mai esistiti. Ma le emozioni hanno la particolarità di non conoscere né tempo né spazio.

Mikra Anglia è una pellicola ambientata nell’isola di Andros, tra gli anni ’30 e ’40, ed è la dimostrazione di come i greci abbiano una passione struggente per le tragedie. Protagoniste sono le donne che la popolano: donne sole, in attesa di mariti, padri, e fratelli dispersi nel mare. Tra queste spicca la materfamilias per eccellenza: Mina, madre di Orsa e Moscha. Una madre razionale, fredda e intransigente: il fulcro attorno al quale si sviluppano le storie drammatiche delle figlie. Tra le sue perle di saggezza, ricordiamo, in ordine di importanza:

«Una vita senza soldi, è una vita senza gioia»… e come darle torto? Voglio dire, sempre meglio essere tristi e ricchi piuttosto che tristi e poveri. Se sei triste e ricco, ogni tanto puoi conoscere la gioia di comprare nuovi capi d’abbigliamento da aggiungere alla tua collezione autunno-inverno; se sei povero la cosa più gioiosa che ti possa capitare è scoprire di non aver messo incinta nessuna, o di non essere rimasta incinta.

«È molto meglio che le donne non sposino l’uomo che amano… perché quando inizierà a perdere il senno, il dolore non sarà così grande». I matrimoni possono essere di due tipi, diceva una professoressa e avvocatessa di mia conoscenza: quelli d’amore, destinati a finire e che mi permettono di guadagnare, e quelli di interesse. A voi le conclusioni.

«L’amore non dura a lungo, mentre il dolore che causa…». Non termina nemmeno la frase, come per dire che il dolore causato dall’amore non conosce limiti: è senza tempo, infinito.

Ma a darle torto sarà proprio il tempo! A causare dolore in questa vicenda non è l’amore, bensì i sentimenti repressi, soffocati nel blu delle onde violente del mare; sono le parole non dette e le promesse infrante; le ingiustizie che pesano sull’anima di Spyros.

«Vale davvero la pena di essere fedeli? Tutti questi anni… sola e fedele, a quale prezzo?» , si chiede Mina, come Penelope, guardandosi allo specchio, prima di rivedere Savvas, l’uomo che aveva sposato vent’anni prima, il quale, finalmente, torna come Ulisse ad Itaca. «La fedeltà è una virtù dei cani», risponderebbe Sgarbi.

Lascia che un amore che non salva, mi trovi da sola. Una notte, un’alba
Il nostro amore, il mare, una tempesta nell’anima.
L’amore, una miriade di onde… E tutto ricomincia da capo.

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Buon Natale Ms. Scrooge

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Nave Vlora – Foto di Luca Turi

Mancano poche ore alla vigilia di Natale e  io agli auguri ricevuti rispondo: «ma auguri di cosa?». E proprio in questo clima natalizio mi torna alla mente un articolo pubblicato su Ilpost dove l’autore, Massimo Cirri, parla dell’arrivo degli albanesi 25 anni fa paragonando le navi stracolme di persone, che si lanciavano sulle coste italiane, ad un albero di natale: «fatto bene, con le decorazioni, le palle luccicanti, le luci belle che lo ricoprono tutto e non vedi più l’abete sottostante».

Mi ricordo i primi anni in Italia, ero una bambina piuttosto solitaria. Non sopportando di andare all’asilo scelsi (o forse i miei scelsero) di rimanere a casa con mia nonna per poi iscrivermi, l’anno dopo, alle elementari. Il tutto senza saper parlare (l’italiano, s’intende) figuriamoci scrivere o leggere. Ricordo bene l’accoglienza, non tanto delle insegnanti sempre disponibili e attente – eccezioni a parte -, ma dei bambini e delle bambine.

A proposito di bambini, si dice che essi siano la bocca della verità, di quale verità non l’ho mai capito. Forse, della verità dei loro genitori. Non fraintendetemi, sono stata anch’io una bambina – strano ma vero – e posso affermare che alcuni di loro sono gratuitamente cattivi.

«Suvvia, sono solo dei bambini», sentivo e sento spesso dire. Non capivo ai tempi che cosa si celasse dietro a questa frase enigmatica, io che appena facevo una cattiveria ad un altro mio simile, ci stavo male, e non tanto perché temevo qualche punizione o sgridata ma perché lo vedevo piangere… e mi mettevo nei suoi panni, precludendomi la possibilità di essere spensieratamente cattiva.

Di certo non si mettevano nei miei panni quelle compagne di classe che durante il primo anno me ne fecero passare di tutti i colori. Ho ben presente il primo e più significativo episodio di “bullismo” nei miei confronti. Erano in cerchio tutte e quattro, due di loro me le ricordo chiaramente. Come nel migliore film/documentario statunitense era l’ora della ricreazione e io mi trovavo in mezzo al cerchio. Continuavano ad ostruirmi il passaggio e a prendermi per il colletto bianco del grembiulino dal discutibile color nero. Ero spaesata, non capivo quanto mi dicevano ma immaginavo non fossero parole carine. Mi sentivo sola e cercavo disperatamente gli occhi di qualche adulto, ma nulla. Scoppiai a piangere, e in qualche modo la cosa finì lì. Non portai rancore, semplicemente perché non sapevo cosa fosse. Ora lo so. E sono una persona vendicativa, tanto per informazione.

«Albanese di merda» mi disse il bambinetto in terza elementare. In quei tre anni avevo imparato a parlare, a leggere e a scrivere. Giocavo come loro, facevo i compiti come loro, mi sentivo come loro. Una bambina, né di più né di meno. Né un’albanese, né una merda. Eppure…

Le cose con il tempo migliorarono, finché non arrivai alle medie, e lì la razzista divenni io. Con un compagno di classe di origine marocchina, come l’asino che dice cornuto al bue ci insultavamo, trovando ogni volta frasi sempre più colorite e originali. Durante il processo di integrazione non tralasciammo proprio niente: adesso potevamo anche noi essere intolleranti e razzisti. Un po’ come alcuni dei personaggi che mi capita di incontrare durante le mie odissee in treno: una signora rumena e un signore polacco, incontrati in due giornate e due vagoni diversi, ma uniti dalla stessa storia.

«Ora, questi immigrati che vengono qua, sono mantenuti dallo stato, mica come noi… che ci siamo fatti un mazzo tanto.» E giù di congetture che nemmeno il peggior leghista.

Riflettevo su queste vicissitudini ieri notte, su quanto sia facile – passatemi il termine – passare dall’essere vittima al diventare oppressore, dall’essere discriminato al discriminare. Certo – penserete – perché una persona dovrebbe mettersi a ricordare momenti poco felici e fare collegamenti assurdi nel cuore della notte? Non può drogarsi o darsi all’alcolismo?

Vi posso spiegare.

Ieri sera, stanca e assonnata, prendo la decisione per la seconda notte di fila, cioè di coricarmi ad un’ora decente. Aspetto che l’unico uomo che abbia mai amato in vita mia, Morfeo, mi accolga tra le sue possenti e rassicuranti braccia… all’improvviso sento accendersi un motore. Inizialmente non ci faccio molto caso ma al proseguire del rumore assordante inizio a domandarmi per quale motivo una persona a mezzanotte si trovi proprio sotto casa mia, con un camioncino, e soprattutto con il motore acceso. La storia è andata avanti per almeno due ore e ho iniziato a pensare che forse il sistema di allerta su whatsapp, il cui funzionamento è stato spiegato da un mio amico blogger, per monitorare e scacciare i malviventi mi sarebbe stato davvero utile per liberarmi definitivamente dell’inquinamento acustico che caratterizza il Foro Boario.

S.O.S: camioncino.sospetto.sotto.casa.miaSTOPmotore.assordanteSTOPprobabilmente.il. guidatore.è.stranieroSTOPsi.chiedono.rinforziSTOP

Passo – e magari chiudo.

E mentre nella mia testa si edificavano scenari inverosimili, le ore passavano e io non riuscivo a dormire. E pensavo che proprio la sera prima mi trovavo in una situazione simile: ovvero, vado a coricarmi presto e faccio per addormentarmi, ma all’improvviso…QUESTO È L’OMBELICO DEL MONDOOOO! Eccole: le musiche dei balli di gruppo tanto odiati, come nel peggiore degli incubi, mi fanno da ninna nanna! Me ne lamento il giorno dopo con l’amico di cui sopra, il quale mi fa notare quanto bene mi sia integrata nella società fossanese.

“Ma come?”, penso io. Eppure ricordo che in un rinomato gruppo di fossanesi su facebook mi è stato detto – da un attento e acuto osservatore – che avendo un cognome palesemente straniero non potevo certamente avere origini fossanesi, e tanto meno considerarmi tale. In poche parole questo bastava perché io non avessi il diritto di esprimere la mia opinione, o di lamentarmi della città e dei suoi abitanti.

Mi sembra assurdo come, dopo diciassette anni, avendo acquisito pregi e difetti del posto, e quindi sappia lamentarmi e agitarmi al primo rumore che turbi la mia quiete – come è giusto che sia – possa ancora essere considerata la classica albanese (di merda). Significa forse che non potrò utilizzare il sistema di allerta su whatsapp?

Provare per credere.

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Non diamola

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 «La natura ha dato alle donne un tale potere che la legge ha giustamente deciso di dargliene poco.»   Samuel Johnson

Mi indigno.

Mi indigno ogni volta che durante una discussione sulla parità di genere mi si dice che il femminismo non è più necessario. “Le donne ormai” – e puoi leggere lo sconforto nei loro volti – “hanno gli stessi diritti degli uomini.”

Diritti.

La prima ondata femminista si sviluppò tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ed ebbe come obiettivo, appunto, il raggiungimento della parità giuridica tra uomo e donna, come il diritto all’istruzione, al voto, ad un lavoro che non fosse quello di casalinga e levatrice di uomini e bambini.

Un gran passo avanti nella storia, ma non abbastanza. Perché se da un lato questi diritti furono riconosciuti formalmente, dall’altro i modelli maschili continuavano – e continuano – a predominare. Il bisogno di porre l’attenzione sulle differenze tra donne e uomini in  altri campi campi, quali la vita quotidiana, sentimentale e relazionale, portò alla discussione sulla liberazione sessuale della donna così come sulla sacrosanta scelta di avere figli o meno senza dover passare per eretiche e di poter  finalmente aver un controllo sul proprio corpo senza che stato o chiesa o quel dio di cui tanto i credenti si riempiono la bocca, lo impediscano. 

Si è fatto tanto negli ultimi 50 anni ma questo non significa che la battaglia sia finita. Basta guardarci intorno, senza andare molto lontano, per capire come oggi più che mai ci sia bisogno di continuare questa lotta, di non dare nulla per scontato, di imparare a riconoscere e destrutturare quelle dinamiche sociali maschiliste ancora radicate nella nostra cultura.

E basta vederlo dalle cose più piccole.

Amiche, i maschilisti non meritano il piacere. Uniamoci. Non Diamola. Così recitava un mio post su facebook.

È bastato un non diamola per accendere le folle. Il sesso sembra essere vitale – colpa di Freud e delle sue teorie astruse – per molti maschi che direttamente, o indirettamente, conosco. È come se la loro esistenza, il loro essere, dipendesse esclusivamente da quello, percepiscono il sesso come un diritto innegabile, e in qualche modo vedono nei cretini che per strada fischiano e fanno complimenti inopportuni, o addirittura nei casi ignobili di stupro, una conseguenza – inevitabile – di una mancanza di rapporti sessuali: cioè dai, “è che non si scopa abbastanza”. Quasi come se ogni loro azione fosse mossa, piuttosto che     dal raziocinio, dai loro genitali.

Purtroppo, e mi rivolgo ai tanti maschietti preoccupati di perdere la loro supremazia sessuale, devo annunciarvi che non ho questo grande potere di persuasione e che secondo la prospettiva esistenzialista ogni essere umano può scegliere la via della trascendenza, cioè della progettualità e trasformazione del mondo che lo circonda, o – per dirla con le parole di Simone De Beauvoir – la via dell’immanenza: l’accettazione delle cose così come sono. Ogni donna, quindi, può rapportarsi con degli idioti e continuare a pensare che “tanto il mondo va così” e “i maschi sono maschi” e non c’è idea o aforisma di Denisa che tenga.

Sono gli stessi che ritengono il femminismo obsoleto, dichiarando che ormai le donne hanno gli stessi diritti, se non di più, degli uomini. Si appigliano a storie di ex mariti che devono mantenere le mogli a vita; all’entrata gratis in discoteca per le donne pensata, tra l’altro, per fare un piacere ai maschi e non perché ai proprietari stia particolarmente a cuore la situazione economica delle donne; al fatto che si dia troppa attenzione alla violenza sulle donne e ci si dimentichi degli uomini.

E agli uomini chi ci pensa?” , leggo e sento dire ogni anno durante la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. All’improvviso si ricordano che anche gli uomini vengono picchiati e maltrattati , vorrebbero quindi indetta una giornata contro “LA VIOLENZA” PUNTO. Un po’ come dire, una giornata  contro le malattie (punto) o, che ne so, una giornata internazionale contro le fobie.

Certo, sarà obsoleto per voi che potete girovagare per le strade senza ricevere commenti indesiderati – o nel peggiore dei casi – essere toccati senza il vostro consenso; per voi che potete fare carriera senza che nessuno vi dica che siete andati a letto con il capo o con la capa; per voi che potete essere di bell’aspetto ma comunque nessuno mai metterà in dubbio la vostra cultura o presunta intelligenza; per voi che in politica venite insultati per le vostre mancate competenze e non perché siete uomini.

Il femminismo mi ha condannata a non dare niente per scontato, a non accettare la parte della vittima e a porre in dubbio gli insegnamenti culturali che mi sono stati trasmessi. E, cosa più importante, a imparare a riconoscere gli atteggiamenti tipici di coloro che vogliono avere potere decisionale su di noi, e ad allontanarli, a non accettare niente che vada contro la nostra persona e la nostra libertà in nome di un amore che tale non è.

Una condanna per molti,

una salvezza per me.

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Campari

Mi si perdoni l’attesa.

Non vuole essere un riferimento alla pubblicità del Campari  «L’attesa del piacere è essa stessa il piacere », che poi ho scoperto essere una frase di Gotthold Ephraim Lessing (di cui  ignoravo l’esistenza) scrittore filosofo e tante altre cose.  Mi nasconderei volentieri dietro al “blocco della scrittrice” se solo fossi tale, la verità è che mi faccio attendere perché sono pigra e con una forza di volontà pari a quella del fannullone di De André.

L’ultima settimana di ottobre e la prima di novembre sono state molto impegnative per me, così impegnative  che non ho avuto il tempo e nemmeno la voglia di utilizzare i social.

C’è chi si è chiesto se finalmente avessi smesso di vomitare fandonie online, alcuni si sono preoccupati della mia prolungata assenza e tanti altri avrebbero preferito vedere il mio profilo convertito in un account commemorativo.

Il fatto è  che ho passato dieci giorni in Francia a parlare di social network utilizzandoli il meno possibile. Sono tante le cose che ho imparato: per esempio che prima di aprire un  blog, è necessario imparare a scrivere e fare qualche ricerca prima e magari partire con un po’ di testi già pronti, che non è possible, ogni volta, dover far aspettare un pubblico in fermento come il mio. Non che non l’avessi  tenuto in considerazione, ma – come si suol dire – mi piace pisciare lungo.

Ho capito, però, che in fondo non sono così dipendente da facebook come pensavo, non sento davvero il bisogno di condividere tutto quello che faccio 18/24h (vedi snapchat) e adoro passare le serate parlando con le persone, sotto le stelle, ubriaca marcia e senza alcuna interferenza tecnologica.

Mass MediaTiks è uno scambio internazionale organizzato dall’ Association de Développement du Haut-Cabardès in collaborazione con  l’ Associazione di promozione sociale Joint. Tema centrale  l’uso dei social media. Workshop, energizer, cucina interculturale, giochi di squadra, dibattiti hanno riempito questo dieci giorni. E anche l’alcool, tanto alcool, e una quasi denuncia alla polizia, almeno così ha detto Bibie ignorando che fossimo  troppo ubriachi per prenderla sul serio.

A fare da sfondo, questo splendido paesaggio. I castelli di Lastours -una piccola metropoli di 169 abitanti situata nel dipartimento dell’Aude nella regione della Linguadoca-Rossiglione(fonti?Sapete già)-  visti dal Camping Le Belvédère, castelli che confesso di non essere andata a vedere perché così ho un pretesto per ritornare.

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Foto di Andreea Ciora.

Il camping di Lastours è la destinazione perfetta per chi vuole ritrovare sé stesso, per chi vuole scappare dalla frenesia delle grandi città e riscoprire la natura in un ambiente eco friendly – tanto per usare un anglicismo – e  con l’obiettivo di un turismo sostenibile.

Mi piacerebbe riuscire a presentarvi  tutte le attività che abbiamo svolto ma sono già troppe ore che scrivo, quindi mi limiterò ad alcune.

Sotto, esempi di energizer.

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Per chi se lo stesse chiedendo, gli energizer, come suggerisce il nome, sono attività e/o giochi di gruppo che puntano a far risvegliare mente e corpo di chiunque, anche di coloro che hanno passato la notte in bianco.

Gli energizer seguivano sempre la colazione, rigorosamente servita tra le 8 alle 9- 9:20 per me che mi prendevo il tempo per farmi la piega- e precedevano le varie attività della giornata.

Uno scambio culturale si basa sull’educazione non formale, significa formarsi, essere curiosi, porsi delle domande, uscire dalla propria comfort zone , sopportare 50 persone provenienti da sette paesi diversi senza entrare in conflitto con nessuna.

Una delle occasioni di scambio di opinioni e idee è la “Pausa” caffé. Momento di riflessione e condivisione sull’uso dei social media nei diversi paesi europei. In fondo Stavroula, perplessa, mi perdonerà per la pessima scelta della foto.

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Qui i nostri eroi stanno cercando di rispondere correttamente ad un quiz, ignorando il fatto che tutti i quiz a cui siamo stati sottoposti non prevedevano vincitori. 14859827_983808361766002_8823275093523400577_o

Ecco a voi il momento peggiore per la mia autostima: a rotazione ogni persona ritrae una parte del viso della persona che ha di fronte, la persona successiva ne ritrae un’altra parte fino a completare il ritratto. Date le mie capacità esplicative, più facile a farsi che a dirsi.

La mia espressione dice tutto.

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Workshop  sulla comunicazione online, gestito da Simone, un ragazzo all’apparenza serio e a modo.

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Qui invece siamo in gita a Carcassonne. Per un attimo è stato come ritornare alle superiori con la differenza di una classe multiculturale e plurilingue.

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Ora parliamo di cose serie.

IL CIBO.

Ho mangiato piatti provenienti da tutto il mondo maestosamente cucinati da un Team prevalentemente italiano (e ho detto tutto) e sono tornata a casa con 3kg in più ma per la prima volta posso dire che ne è valsa la pena.

Un ringraziamento speciale va ad Anita che non a caso si chiama come mia madre e cucina bene quanto lei. Inoltre, grazie a Franco che mi ha insegnato a tagliare le zucchine e le cipolle e addirittura ad affettare il pane. E grazie anche a Giulio che con il suo “Dinner is ready” ci ha fatti sentire a casa.

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Una parte del team. Franco a sinistra ci  dimostra cosa succede a non saper usare il coltello.

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L’unico piatto di cui abbiamo le prove (vegetariano di sicuro) tutto il resto finiva in tempo zero.

Se non fosse chiaro che cosa può fare uno scambio culturale, di seguito ve lo dimostro:

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Gente ordinata (eccezioni a parte), ognuno al proprio posto, una certa timidezza mista ad imbarazzo.14902930_983809778432527_5157612013725778751_o

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Insomma, ogni volta che decido di partecipare ad uno scambio culturale mi chiedo sempre chi me lo fa fare. Preparare e disfare le valigie, conoscere nuova gente, socializzare, affezionarsi e poi lasciare tutto, e ricominciare, e ripreparare le valigie. Ogni volta mi accorgo che è davvero troppo per una persona emotivamente instabile come me, ma non riesco a farne a meno.

Mi fa sentire viva.

Parte di qualcosa.

Pubblicato in #massmediatiks #socialmedia #lastours #communication #media #camping #friends #food #nature #trip #smile #love, STORIES | Lascia un commento

Giustizia globale, un sogno (im)possibile?

Nonostante il titolo fuorviante, che vuole essere una pseudo-traduzione fatta da una futura laureata in Scienze delle Merendine Linguistiche che l’inglese l’ha imparato (e anche male) guardando film e serie TV  coi sottotitoli e alla quale tradurre nemmeno piace, non sono qui per parlarvi di giustizia globale.  Di fatto mai potrei affrontare un argomento così vasto poiché richiede conoscenze profonde, conoscenze che assolutamente non ho se non a livello superficiale, come per tutte le cose.

Sono qui per  presentarvi un interessante evento che avrà luogo ad Ilmenau, in Germania, dal 12 al 21 maggio 2017. 

Per  voi che, come  me, di geografia sapete poco o niente, così poco che ancora non avete capito la differenza tra capoluogo di regione e capoluogo di provincia, esiste wikipedia: <Ilmenau è una città di 26.005 abitanti della Turingia, in Germania. È il centro maggiore, ma non il capoluogo, del circondario Ilm-Kreis. Ilmenau si fregia del titolo di “Grande città di circondario”>. Ilmenau è inoltre un grande centro universitario,  punto cardine che riunisce studenti universitari provenienti da tutto il mondo, è stata anche una delle città preferite dal vecchio Goethe, il quale ne amava l’armonia e il fascino paesaggistico.

Ma passiamo all’evento vero e proprio.

ISWI, International Student Week in Ilmenau, è una conferenza organizzata dagli studenti, per gli studenti. Ha luogo ogni due anni dal 1993 presso l’Università di Tecnologia di Ilmeanu e  raccoglie più di 400 studenti da tutto il mondo.  Ogni due anni si affronta un argomento specifico attorno al quale si sviluppano attività, workshop, e gruppi di discussione. Il tema previsto per il 2017 è quello della giustizia globale.

È possibile una giustizia globale? In un mondo fantastico come il nostro dove l’1% della popolazione detiene più risorse del resto del mondo, dove la parità di genere nel 2016 è stata raggiunta (secondo i maschilisti), dove c’è chi è costretto a fuggire da guerre e povertà e dove la discriminazione è all’ordine del giorno, la giustizia globale è un’utopia?

Ora io l’ho detta a parole mie, ma sul sito troverete informazioni dettagliate sul programma. Posso solo dirvi che sarà una settimana interculturale in cui avrete l’occasione di conoscere gente proveniente da ogni parte del globo, confrontarvi, cercare metodi e soluzioni contro la discriminazione attuabili nella vostra quotidianità. Avrete anche tempo per divertirvi, ballare, cantare, ubriacarvi, e di vivere una tra le esperienze più formative dei vostri anni da studenti in crisi, sia umanamente, sia culturalmente parlando.

NOTA BENE:

  • Avrete tempo per mandare la vostra candidatura fino all’11 novembre. ATTENZIONE: la scadenza è stata estesa al giorno 01/12/2016 
  •  La candidatura consiste in due brevi temi sulle vostre motivazioni, uno generale sulla tematica centrale della conferenza e l’altro sul gruppo di lavoro da voi scelto.
  • Costi: sarete ospitati in famiglia o da altri studenti, quindi vitto e alloggio saranno coperti. L’unica vostra spesa sarà quella inerente al viaggio!

Qui di seguito tutti i link utili:

Sito ufficiale: http://2017.iswi.org/

Working Groups: http://2017.iswi.org/participate/working-groups/

Application form: https://ems.iswi.org/apply

In bocca al lupo!

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Sono single dunque esisto.

Non credo nel matrimonio tra omosessuali, così come non credo nel matrimonio tra eterosessuali. Insomma, non credo nel matrimonio.

Si narra che ci siano state persone in grado di arrivare al 60° anniversario di nozze, le cosiddette nozze di diamante. Sono i nonni di chi ancora crede nell’amore eterno, eterno sì, ma un partner per volta.

Tutto molto bello se non si pensa a quali pene dell’inferno avranno dovuto soffrire i nostri nonni . Voglio dire, in un’epoca in cui il divorzio non era nemmeno contemplato, o se contemplato, non attuabile per questioni di onore, non è una sorpresa che i matrimoni durassero così tanto.

Io che di relazioni – immaginarie – ne ho avute tante, e che faccio ruotare la mia esistenza intorno  alle serie tv, posso dirvi che le storie d’amore più belle che abbia mai visto, sono un inutile e assurdo concentrato di tragedia.

Molti dicono che a forza di stare chiusa in casa ho perso il contatto con la realtà. Altri si limitano a frasi di circostanza, del tipo: “eh ma quando arriverà, vedrai vedrai, cambierai idea”. Chi ama la singletudine è identificata come una persona pigra che non ha voglia di impegnarsi e di prendersi delle responsabilità, oppure come un soggetto con alle spalle traumi infantili che farebbe  meglio a risolvere entrando in terapia, o ancora,  tanto per non essere mai banali, è una persona che ha ricevuto tante delusioni.

Questa tendenza a voler analizzare per forza gli altri, non è più solo un privilegio dei fastidiosissimi studenti di Psicologia – che già dopo il primo anno di studi si atteggiano a psicoanalisti rinomati, facendo congetture che nemmeno il peggiore degli astrologi –  ma di chiunque abbia mai letto un libro di Freud.

Top 3 amore vero:

1.Marissa e Ryan in The O.C. :

Storia tipica tra la ragazza ricca e il povero, tre stagioni di litigi e tira e molla. Alla fine Marissa muore tra le braccia di Ryan, dopo un incidente.

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2.Ygritte e Jon Snow in Game of Thrones

Inizialmente nemici, si innamorano, ma il fato – conosciuto anche come George R.R. Martin– vuole che Ygritte, durante un combattimento, venga colpita alle spalle. Anche lei muore tra le braccia dell’amato.

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3.Simon e Alisha in Misfits

Qui è un po’ complicato. Simon arriva dal futuro per far innamorare Alisha del sé stesso che vive nel presente. Alisha si innamora di Simon del futuro, a quel punto S. si fa uccidere in modo che A. si innamori del vero Simon. Il piano funziona, i due riescono finalmente ad essere una coppia ma lei, dopo nemmeno una stagione, muore. Così Simon torna nel passato e… Il resto lo sapete già.

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E potrei andare avanti per ore e ore e giorni e anni ma a voi piace sperare, un po’ come Seth con Kelly, con la differenza che tra loro sta funzionando, almeno per ora.

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Stavo per dimenticare:

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Come rimanere sulla porta (Si të mbetesh ne derë)

Sono poche le disgrazie che possono capitare ad una famiglia albanese, una di queste è avere una figlia rimasta sulla porta. Rimanere sulla porta significa essere destinate a non sposarsi- a me, in tutta franchezza, non sembra così male- o peggio sposarsi con un uomo non-albanese.  Io ho iniziato il mio percorso, inconsapevolmente, alla veneranda età di quattordici anni, tanto che, a differenza di molte mie compaesane, non ho mai ricevuto una sola, dico una, proposta di matrimonio. Però la “leggenda” narra che quando un uomo, anche se ha 15 anni in più di te, viene a chiederti la mano, avendoti vista una volta in chiesa o, se vivi all’estero, avendoti notata casualmente mentre tornavi in paese quella domenica 23 luglio 2005, e – cosa fondamentale- senza averti mai rivolto la parola per rispetto nei confronti del Pater familias cioè per non finire picchiato da fratelli, cugini, zii, e tutti gli uomini che hanno potere decisionale su di te… Stavo dicendo? Quando capita un evento del genere, i genitori vengono pervasi dall’orgoglio, le madri iniziano a vantarsi della figlia vergine e buona che hanno cresciuto, i padri iniziano a stringere nuove alleanze e così via. È anche vero che ormai il fenomeno si verifica principalmente nelle famiglie numerose o che non se la passano bene economicamente o entrambe le cose, e se fossi una relativista potrei anche dimostrarmi comprensiva, ma sono una persona intollerante e condanno profondamente queste pratiche.

La cosa assurda è che è capitato anche a figlie di emigrati, le quali  hanno dovuto affrontare uno scontro non solo generazionale ma anche culturale. C’è chi ha scelto di adattarsi alle richieste dei genitori portando avanti una cultura maschilista e retrograda e chi come me, è uscita dalle mani (Ka dalë duarsh).

Sei rimasta sulla porta se:

  1. Hai più di 23 anni. Una volta era 16 ma ci stiamo evolvendo.
  2. A quattordici anni hai dato il tuo primo bacio (ad un albanese per giunta, mea culpa).
  3. Ti fai vedere in giro con persone di sesso maschile che non siano tue parenti.
  4. Frequenti persone dalla carnagione scura.
  5. Sei andata a vivere da sola.
  6. Esci dopo le 18.
  7. Viaggi.
  8. Hai dei tatuaggi o piercing. O entrambi.
  9. Hai fatto sesso prima del matrimonio.
  10. Hai fatto sesso prima del matrimonio ma ti sei sposata con uno che ti pensava vergine e che ti ha rimandata sulla porta il giorno dopo.
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Felice Carena. Bambina sulla porta, 1919, olio su tela, 155×94 cm. Fondazione Giorgio Cini, Venezia.

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TORINGRAD

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“Come fai a riconoscere la felicità mentre la stai vivendo? E sussurrare a te stesso: ora fermati, sei felice. Cristallizza questa frazione e osservati meglio: hai parte di quello che volevi, sei in un posto caldo, e sparsi per questa città ci sono degli amici che farebbero tutto per te.Rifletti su questo momento, cerca di fissarlo nella tua memoria per sfogliarlo più tardi come si sfogliano delle fotografie in cerca di conforto. Non lo sai. Lo capisci dopo, solo dopo.”

 

Non ricordo esattamente perché ho deciso di acquistare questo libro. Forse sono stata attratta dal nome dell’autore- Darien Levani– o conquistata dalla copertina, perché – la notizia è – come dice Drini, il protagonista del libro –  che l’abito fa il monaco, eccome se lo fa.

 

È ferragosto, non ho amici e di conseguenza  sono a casa, sola, cercando ancora il senso della vita, un senso che molto probabilmente non troverò mai dato che spendo la maggior parte del mio tempo nella mia dimora evitando il mondo. E così oggi ho deciso di evadere dalla mia triste realtà cercando rifugio in un libro piuttosto che in qualche serie TV. Toringrad  è il primo libro che mio fratello quindicenne è riuscito ad iniziare e FINIRE. Questo grazie ad uno stile chiaro e scorrevole e ad un ritmo incalzante che non lascia spazio a tempi morti. La storia viene raccontata in prima persona da Drini, un personaggio diretto e senza filtri  che con una sconvolgente lucidità mostra quello che avviene nei sobborghi delle grandi città di Torino e Milano dove corruzione, traffici di droga e prostituzione fanno parte dell’ordinario. Drini è un personaggio acuto, dotato di una spiccata ironia e con una passione per la storia che con astuzia riesce a districare nella narrazione attraversando l’epoca comunista in Albania fino ad arrivare a riferimenti storici e curiosità su personaggi italiani. Il protagonista non giudica ma osserva, riporta e agisce  mettendo in questione le concezioni di giusto e sbagliato, lasciando al lettore la libertà o il peso di porsi delle domande ed arrivare alle proprie conclusioni. Toringrad è un continuo intersecarsi di storia e attualità, bene e male, verità e menzogna. È un libro scorrevole che addirittura io, dotata di una soglia dell’attenzione pari a quella di un bambino iperattivo, sono riuscita a leggere in un pomeriggio.

 

E se non vi avessi conquistati, cosa poco probabile, con le poche righe che ho scritto, vi lascio qui di seguito la trama ufficiale: 
Drini, albanese, ex studente di storia, dopo aver accumulato un discreto gruzzolo nel mondo dello spaccio della cocaina, a 29 anni si stabilisce a Torino dove gestisce un bar molto in voga che ha scelto di chiamare Toringrad. Ma quando il cognato Petrìt viene tradito e arrestato poco prima di Natale, gli affari di famiglia richiedono la sua presenza per portare a termine la consegna di un carico di dama bianca.
Sarà un viaggio difficile e rischioso, con incursioni nel mondo del sottoproletariato italiano fatto di prostituzione, slot machine, tossicodipendenza, una trasferta che lo condurrà nella Milano del potere marcio. Ma sarà anche la ricerca del traditore, perché nessun conto può essere lasciato insoluto. I sospetti cadono sull’acquirente, Envèr. Se è stato lui, dovrà pagare con la vita. Eppure la verità non è mai scontata, come Drini avrà modo di scoprire a proprie spese.
Per saperne di più su Darien Levani visitate la sua pagina facebook:
https://www.facebook.com/darien.fanpage/?fref=ts
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ISWiB 2016

One week ago I was in Beograd, packing my stuff and ready to go back to Italy. Now I’m here, in my bedroom, sick and tired, trying to find  out the meaning of life.
I wanted to write an article about my ISWiB experience in italian for two main reasons: 
1-My English is not so good.
2-I’m funnier in Italian. 
But then someone reminded me that I have a lot of international friends now, and I should write it in English. 
Fuk. I’ll try.
So, let’s start from the beginning.
17 July 2016 around 01.00 p.m. 
I arrived in Beograd, ISWiB volunteers were waiting for me and for my big ego. 
-“Hey guys! Welcome to Beograd! In 10 minutes we’ll go to the dorm!”-
Ten Minutes later, some other people arrived:
-“Hey guys! Welcome to Beograd! In 10 minutes we’ll go to the dorm!”-
Arrival to the dorm: around 3 o’clock. Yes. During the week I realized that time in this city passes in a different way. Like in a fairytale, like on another planet, once you’re in Beograd you’re in another world.
But what is ISWiB actually? When I applied I was attracted by the phrase “ Beograd, the city that never sleeps” , and it was true- you know- the only ones always sleeping were my lovely room mate and I.
ISWiB is lots of  fun, rivers of alcohol and party all night long. But during the day, suddenly everyone becomes serious, everyone is a diligent student, and lots of educational and cultural activities go on. For more information I suggest you to take a look at the website http://iswib.org/workshops.html
Here all together for the opening ceremony: 
World Music.

One of the workshops of the festival. Eight different countries, eight different music styles merging all together to create something bigger, through the guide of the amazing moderator Eleni Arapoglu (http://eleni-music.com/about-eleni). We learned songs from Belorussia, Canada, Greece, Italy (yes, it’s me the traitor of Albania country), Iran, Morocco, Russia and Ukraine, sang all together and made up a wonderful medley we performed at the closing ceremony.

 
Below you can see my Certificate, I’m so proud of it that I’m thinking about framing it and put it on the wall instead of my Diploma.
My crew:

 

Country Fair:
This is the second reason why I applied for ISWiB: FOOD. I love eating more than getting drunk, or sleeping or having sex. I love tasting different kind of food from all over the world, always keeping in mind that – yes – as regards food, Italians do it better, for real. In the country fair I had the opportunity to discover not only new food, but new countries like Bahrain where I had the chance to smoke tobacco with a kind of pipe that needed to lit up after every inhalation . While I was walking among the stands I could see a huge variety of colours, breathe the international air, be absorbed by its mood and visit different countries at the same time. It was a sensory experience.
Parties:
ISWiB organizers are party animals. Every night there was a party organized, and there was an after party in the park until 6 a.m, I don’t know how they could manage it, but every morning  at 8 O’CLOCK volunteers kept knocking at our doors trying to wake us up. The question is: how can you spend all the night out, sleep like 2-3 hours and then go and wake up every single soul in the dorm? Nobody knows yet! 
Anyway, I was talking about parties, the best ones were those located in floating river clubs called Splavovi , spread along the banks of the Sava and Danube  River. There you can meet a lot of people, fall in love several times and if you are drunk enough get lost or fall in the river.
 
Me having fun at the boat party: 
Places I loved: 
 

Skadarlija- Old Bohemian Quarter of Belgrade.

Here you can feel the vintage in the air. Once you enter Skadarlija you feel like a “Poèt Maudit” looking for drugs . For me it was like being home, don’t know why, just a postive feeling. It reminded me of my home town in Albania. In fact, the street, previously known as Gypsy Quarter, was named in 1872 after the town of Skader (Shkoder). Colourful and plenty of traditional restaurants called Kafana, you can enjoy the traditional style of the city, try tasty food, listen to popular music and get lost among harmonious buildings.
 

Kalemegdan. 

From here you can feel like on the top of the world, enormous buildings and a stunning  sightseeing will engulf you completely.

Located in the municipality of Stari Grad, the fortress is composed by the old citadel and the Kalemegdan Park.

 

 

 

 

 

 

 

Knez Milhaiova Street

 
The main pedestrian and shopping zone of the city, this street is full of cafès and bars where you can sit and relax, enjoying thousands of people walking around and where you can meet different street performers. 
One afternoon, I fell asleep in the dorm, so when I went down to the meeting point and found out that everybody was gone, don’t know where, thus I decided to go to Knez Milhaiova. While I was walking I was captured by some wonderful paintings. I had the pleasure to meet Saša Micić and his breathtaking artwork.
Here you can see some of his paintings and the one I bought:
For further information and to watch all of  his creations check the links below:
It has been a long and an intense week, I really would like to mention every single thing I did during these days, but the truth is that I don’t remember. Too much alcohol, as Mlad, one of the Volunteers said, or maybe I haven’t processed yet what happened, all the emotions and sensations that overwhelmed my head, my heart and my body. 
ISWiB was a great opportunity to make new friends, to know different points of view, and to destroy my concepts of reality and life. As every journey it changed me and put my beliefs in discussion. I can’t help but thank every single person for this fulfilling experience. 
 
 
 
 
See you next year Belgrade, with love. 

 

Editor: Jovan Poposki (Aka Drake)
Pubblicato in #traveling #discover #belgrade #beograde #whitecity #love #kalemegdan #skadarlija #ISWiB2016 #ISWiB #students #youth #fun #beauty | 2 commenti